C’è una linea sottile, a volte sottilissima, che separa la nobile arte della semplificazione dalla perniciosa abitudine alla superficialità. Come una cravatta annodata con eleganza può diventare una corda che ti stringe il collo, così anche la semplificazione – se non maneggiata con perizia – rischia di trasformarsi in banalizzazione. In azienda, questo confine lo si attraversa spesso in punta di piedi. Si parte da un intento legittimo: rendere accessibile un tema complesso, evitare panico, aiutare la comprensione. Ma, nel tentativo di “non spaventare nessuno“, ci si ritrova in un teatrino dove la realtà viene messa in scena con filtri Instagram: più gradevole, meno vera.
Avete presente quei meeting in cui si mostrano slide colorate e rassicuranti, con frecce che salgono sempre verso l’alto e frasi del tipo “la situazione è sotto controllo“? Ecco, quella è la sintesi perfetta di un racconto edulcorato. Si evitano parole come “crisi“, “rischio“, “cambiamento radicale“ per non turbare le anime sensibili. Ma così facendo, si costruisce una narrativa che non regge alla prova della realtà. Il problema non è solo comunicativo. Quando si addolcisce troppo la verità, si impedisce alle persone di prepararsi, di attivare risorse cognitive ed emotive per affrontare ciò che davvero accade. In pratica, si disarma l’intelligenza collettiva.
Il secondo stadio è ancora più insidioso: quando il bisogno di chiarezza diventa esigenza di slogan. Prendere un tema tecnico, magari complesso (come una ristrutturazione aziendale, l’adozione di un nuovo sistema IT, un processo di fusione), e ridurlo a frasi da corridoio: “Tanto non cambia nulla“, oppure “Adesso saremo tutti più agili e smart“. È qui che nasce la demagogia manageriale: parole semplici che fanno sentire le persone al centro, che generano consenso immediato, ma che poggiano sul nulla. Non spiegano, non aiutano a capire. Illudono. Peggio: anestetizzano.
Chi semplifica bene lo fa con rispetto: conosce la complessità e, proprio per questo, sa dove tagliare senza amputare il senso. Chi invece banalizza parte da un’ignoranza di fondo. Non avendo capito il sistema, ne crea uno alternativo, fatto di illusioni a basso costo. Il rischio? Che si prendano decisioni sulla base di percezioni, non di fatti. Che si alimenti quel fenomeno noto come effetto Dunning-Krueger: meno si sa, più si crede di sapere. E se in un’organizzazione a guidare sono quelli che non sanno di non sapere, è un attimo ritrovarsi in balia del Titanic, con l’orchestra che suona canzonette motivazionali mentre la nave affonda.
In questo contesto, il leader superficiale diventa un intrattenitore. Sdrammatizza, motiva, rassicura. Ma non guida. La sua è una leadership da happy hour: piacevole, ma inefficace nei momenti di crisi. Pensiamo invece a chi ha il coraggio di dire: “Non so ancora come andrà, ma vi spiego cosa stiamo analizzando e su cosa possiamo confrontarci“. Quella è vera leadership. Quella è fiducia che nasce dalla trasparenza, non dalla manipolazione.
La verità non è un biscotto da inzuppare nel caffè del lunedì mattina. È spesso scomoda, a volte ambigua. Serve tempo per analizzarla, strumenti per comprenderla, umiltà per accettarla. E serve anche il coraggio di dire: “Aspettate, fermiamoci un attimo, cerchiamo di capire davvero“. Approfondire non è un lusso, ma un dovere. Soprattutto per chi ha la responsabilità di prendere decisioni o di orientare le scelte altrui. Viviamo tempi in cui il fast thinking ha colonizzato anche le riunioni di direzione. Tutto deve essere rapido, semplice, diretto. Ma non è detto che il meglio sia nemico del lento. A volte, è solo l’impazienza a essere nemica del buon senso.
Riscoprire la complessità non significa complicare. Significa avere rispetto per la verità, per chi ci lavora dentro e per chi ha il compito di ascoltarla. Significa fermarsi prima di parlare, approfondire prima di decidere, studiare prima di semplificare. E soprattutto, significa tenere sempre acceso quel piccolo allarme interiore che ci ricorda: “Se ti sembra tutto troppo facile, forse non hai capito nulla“.
In fondo, come diceva Socrate, il vero saggio è colui che sa di non sapere. E oggi più che mai, di saggezza abbiamo un bisogno disperato.