“You don’t know what you got till it’s gone” dicono gli anglosassoni, per indicare che non siamo davvero consapevoli di quello che abbiamo finché non lo abbiamo perso.
Una frase che si sposa con molti aspetti della vita in generale e che spesso viene associata a situazioni amorose, ma che l’altro giorno mi è balenata in mente mentre riflettevo su un aspetto della vita lavorativa al giorno d’oggi. Eh sì, perché la gente della mia generazione, la cosiddetta Gen X, è stata l’ultima che probabilmente ha avuto la fortuna (banale e non scontata) di vivere un mondo del lavoro dove era più facile trovare qualcuno che volesse insegnare un mestiere che qualcuno che se ne volesse approfittare.
Certe gramigne manageriali erano ancora poco presenti, le si riconoscevano subito: qualcuna veniva isolata, qualcun’altra additata. Finché con gli anni, a causa anche di un combinato disposto micidiale fatto di “risultati a tutti i costi” e “sperimentazione disperata” di nuove frontiere manageriali, si è verificato il caso di manager incapaci e soprattutto cinici e menefreghisti che si sono trovati a capo di realtà industriali importanti o hanno (bontà loro) inanellato qualche risultato di breve periodo trasformandosi in illuminati capi o semi divinità aziendali.
In questo primo trentennio del XXI secolo abbiamo assistito ad una avanzata imponente di figure manageriali ego-riferite, con tratti fortemente narcisistici e con il desiderio spasmodico di visibilità (o in certi casi di patologica immortalità). Una sorta di ritorno al passato, anche se in modalità molto più aspra e ruvida. Infatti anche in passato i manager non brillavano certo per empatia (o meglio, si riteneva che questa fosse una caratteristica chiave di ogni capo ma che andasse comunque sviluppata), ma dopo la rivoluzione industriale, complice una crescita economica comunque costante e soprattutto un confinamento di certe disfunzioni manageriali a livelli strettamente apicali, era molto più facile trovare dei capi che ti insegnassero un mestiere. Magari errando nelle dosi o non lasciando troppo spazio al singolo talento (“da noi si è sempre fatto così“) ma sicuramente persone disposte a trasferire la propria conoscenza a neoassunti, laureati o diplomati o solamente trasferiti da altri dipartimenti.
La consapevolezza che questo “insegnare” un mestiere potesse essere utile a tutti, all’organizzazione in primis ma poi anche a sé stessi (“Una mano lava l’altra e tutt’e due lavano il viso”) era al centro della vita lavorativa, e come detto quasi tutti quelli della mia generazione – e delle precedenti – hanno esperito almeno una volta il piacere di aver avuto un capo che ci abbia “insegnato” un mestiere.
Che fortuna abbiamo avuto e di quale fortuna non siamo stati in grado di capacitarci!
Da quando ho iniziato il percorso consulenziale mi sono reso conto di quanto alcuni clienti abbiano tutta la volontà e il desiderio di affiancare a me – che rappresento il fornitore di servizi – una figura che non rappresenta più l’interfaccia con l’azienda (come si faceva una volta, ovvero qualcuno di senior, preparato, in grado di orientare meglio la fornitura verso il bisogno) ma che al contrario possa assorbire dal fornitore tutte quelle competenze e conoscenze che nessuno insegna più all’interno dell’azienda.
Vuoi perché le aziende, in una corsa sfrenata alla esternalizzazione, le hanno trasferite all’esterno, vuoi perché non esiste più nessuno che all’interno sia disposto a trasferirle (il che a mio modo di vedere è anche peggio dell’esternalizzazione). Vedere che persone estremamente junior vengono assegnate come responsabili di progetto , fa storcere il naso a molti sulla deriva che le aziende stanno prendendo (diventando sempre più contenitori vuoti di competenze e veicoli di trasformazione delle stesse), in particolar modo quando si parla di risorse umane. Visto dall’esterno, oltre a rappresentare per molti consulenti senior una grossa opportunità commerciale, fa venire il dubbio se accompagnare la crescita di queste risorse junior possa davvero rappresentare un vantaggio.
Cerco di spiegarmi un po’ meglio: in una filiera, l’ecosistema che unisce cliente e fornitore dovrebbe essere generatore di valore per entrambi nel lungo periodo. Pertanto, e io la vedo esattamente in questo modo, quando ci si trova a interagire con risorse junior, diventa fondamentale trovare una aderenza e un allineamento sostanziale e strutturale. Trasferire sapere e conoscenza (know how) è il minimo che debba avvenire a questo livello per iniziare una collaborazione fruttifera. E questo spirito dovrebbe permeare ambo le parti (anche i Junior possono e devono trasferire competenze attuali ai senior!).
Purtroppo non sempre ciò avviene, esattamente per lo stesso motivo per cui non avviene in azienda – laddove ovviamente parliamo del caso di aziende che siano in possesso di tali competenze. Perché? Per un tema molto cinico e miope ma altrettanto contingente e attuale, ovvero la “paura” di condividere informazioni che sono asset strategici e quindi monetizzabili. In questi casi l’ecosistema si sfalda. I clienti agganciano figure junior (interni) ad altre senior (esterni) per far loro “imparare il mestiere” e non dover più dipendere quindi dai fornitori (o almeno così credono, dando prova di non aver capito quale è il reale valore aggiunto portato dal fornitore) e i senior rilasciano in maniera cinica e certosina solo quota parte delle loro conoscenze poiché hanno capito che il successo sta nella dose. Un po’ di più di un competitor, un po’ di meno di quanto si possa poi replicare dall’interno, così da mantenere vivo il moto perpetuo della fatturazione.
Sembrerebbe tutto molto triste agli occhi della nostra generazione idealista, se non fosse che il tema non è un giudizio di valore (triste o allegro che sia) quanto un puro e semplice riequilibrio disfunzionale dell’ecosistema di riferimento che, alla spasmodica ricerca continua di valore nel breve periodo (tattico) brucia e distrugge, o meglio rende estremamente difficile se non impossibile il lavoro di chi vuole generare valore nel lungo periodo (strategico).
Verrebbe davvero da dire “beati noi, si stava davvero meglio quando si stava meglio… semplicemente poiché non ce ne eravamo accorti!“