Nell’ultimo periodo si sente sempre più spesso parlare di mentoring e coaching, approcci differenti che però seguono un filo comune e molto utile per coloro che desiderano migliorare la propria vita ed elaborare un pensiero coerente che possa portare a uno sviluppo. Sono molte le figure che si sono adoperate in tal senso e che donano consigli utili a seconda delle esigenze e delle specifiche casistiche. Vediamo nel dettaglio in cosa consiste la differenza tra le due modalità e come possono tornare utili in momenti cruciali della vita o anche nelle normali attività quotidiane lavorative e personali.
In cosa consiste il mentoring
La figura del mentore affonda le sue radici nel passato e si colloca in una dimensione quasi mitologica, quando in epoca classica esistevano persone in grado di dare il consiglio giusto ai propri allievi e consentirgli di sviluppare al meglio le proprie possibilità mettendo a disposizione un elevato bagaglio di esperienza. L’aspetto da considerare è che l’allievo in questione possiede già dentro di sè la chiave per apprendere tali insegnamenti o nozioni, ma in solitudine attuerebbe questo processo in maniera più lenta o magari incompleta. Il processo si basava quindi sul racconto delle proprie vicende in relazione al risultato che si desiderava ottenere, così da preparare la persona interessata a quello che sarebbe potuto accadere nel percorso, evitando per quanto possibile errore o pericoli.
Oggi questa connotazione è stata ripresa in una chiave certamente più moderna, con l’obiettivo di aiutare un allievo a sviluppare al meglio le proprie competenze facendo un tragitto più lineare, con la consapevolezza degli elementi che solo l’esperienza è in grado di fornire. Indispensabile non è solo saper elargire le proprie conoscenze, ma anche ascoltare quello che l’altro sente mentre corre verso il suo obiettivo, poiché la strada può essere tracciata solo in parte ma poi ognuno mette il proprio bagaglio personale durante il viaggio.
Assonanze tra coaching e mentoring
Entrambi questi approcci di aiuto e ascolto presentano delle caratteristiche simili, che possono essere ricondotte a una fase di insegnamento e a una di ascolto che si devono necessariamente alternare per ottenere l’effetto migliore. Per tutte e due le soluzioni è opportuno che tra le parti si instauri una relazione soddisfacente in termini di rispetto e stima reciproca, poiché altrimenti la collaborazione potrebbe divenire difficoltosa e le incomprensioni difficili da superare. Lo scopo è aiutare l’allievo a scoprire nuove cose attorno a sè e soprattutto dentro, così da acquisire una maggiore consapevolezza nelle proprie abilità e riuscire così ad utilizzarle nella maniera più proficua possibile qualsiasi sia l’obiettivo e lo stile di vita che si desidera perseguire. Inoltre, si cerca di sviluppare un processo di empowered, cioè autonomia e conoscenza della forza personale per non dover dipendere da nessuno nel caso di scelte importanti sia in ambito personale sia lavorativo. Quali sono quindi le differenze di questi due approcci che all’apparenza sembrano avere molti punti in comune e condurre nella stessa direzione?
Le differenze tra mentoring e coaching
Nel mentoring, il rapporto tra insegnante e allievo è leggermente più verticale, in quanto si cerca di favorire lo sviluppo personale in base alle idee personali e alle inclinazioni, ma l’esperienza della figura di riferimento funge da guida e da terreno tracciato per le scelte. Per questo si tratta di un approccio che viene impiegato principalmente all’interno delle aziende, così che sia possibile aiutare i dipendenti a sviluppare il giusto metodo di lavoro dando delle indicazioni teoriche ma anche pratiche per ottenere il maggiore successo possibile nel loro ambito di competenza.
La fiducia verso la figura di riferimento è pertanto essenziale per poter assorbire la sua competenza e farla propria, aggiungendo certamente degli elementi personali ma in forma minore rispetto a come avviene con il coaching. In questo caso il dialogo è di tipo socratico e l’insegnante ha il compito di portare l’allievo a farsi delle domande e a darsi in autonomia delle risposte, che possono essere variabili a seconda delle storia della persona e del suo bagaglio precedente.
La differenze sostanziale riguarda essenzialmente la tipologia di cambiamento che si vuole ottenere, se più esteriore e proiettata verso l’esterno in maniera funzionale, o maggiormente interiore e quindi finalizzata a una maggiore conoscenza di se stessi e delle proprie capacità, coltivandole con personalità e originalità. Nella scelta del mentoring è previsto che in parte un percorso venga replicato, se non in maniera identica almeno molto simile, poiché quella è considerata una delle vie migliori per raggiungere un determinato obiettivo. Il coaching, al contrario, è aperto a molteplici possibilità e si pone come obiettivo quella di trovare la più idonea per la persona specifica, lavorando sulla sua unicità e non cercandola di uniformare a un modello vincente.
Se ti stai chiedendo quindi qual è l’approccio che maggiormente è ideale nel tuo caso, la risposta non può essere univoca e dipende dall’applicazione che si vuole fare e dal contesto all’interno della quale si colloca il cambiamento e il desiderio di affermazione individuale intima o riconosciuta dalla collettività.
Qual è quindi l’utilità del coaching e del mentoring?
Entrambi gli approcci sono stati considerati validi ed efficaci, anche se la differenza sostanziale riguarda il concetto di autorealizzazione. Per quanto concerne il mentoring, la visione è focalizzata esclusivamente sul successo da proiettare all’esterno, imparando qual è il percorso migliore da seguire per realizzare i propri obiettivi, già tracciato da altri. La componente personale è quindi piuttosto relegata in un angolo, a favore di metodi certificati che portano a scalare la vetta in tempi più o meno brevi.
Questa soluzione si presta a tutti coloro che vogliono migliorare la propria posizione lavorativa e posseggono già una discreta consapevolezza di se stessi e dei propri mezzi, hanno solo bisogno di uno strumento adeguato per metterli in atto nella maniera più efficiente possibile. Le grandi aziende non possono fare altro che optare per questo approccio, soprattutto se desiderano che i dipendenti seguano una direzione comune e necessitino di raggiungere traguardi ottimizzando al meglio i tempi. Se invece una persona ha bisogno di agire su se stessa più a 360 gradi, partendo dall’interiorità per poi trasmettere agli altri, allora un processo di coaching potrebbe essere la soluzione più idonea.
Probabilmente i tempi di raggiungimento del traguardo potrebbero dilatarsi a seconda del livello di partenza della persona e del tipo di scoperte che fa lungo il tragitto, ma il risultato potrebbe essere quello di una maggiore autonomia e capacità di analisi al termine del lavoro. Lo scopo è infatti imparare a conoscersi e sfruttare le doti e le attitudini che la natura ha dato, allenando quelle meno evidenti ad uscire allo scoperto ma sempre filtrando il tutto tramite le proprie esperienze e la sensibilità acquisita negli anni. L’approccio pertanto è meno prescrittivo e decisamente più libero, portato al ragionamento e all’instaurazione di un rapporto maggiormente alla pari, dove vengono elargiti dei consigli ma soprattutto si cerca di portare l’allievo ad elaborare una soluzione personale senza servirla su un piatto d’argento.
Non è possibile pertanto dire se un metodo è maggiormente efficace dell’altro, poiché le finalità sono del tutto differenti e gli obiettivi che si vogliono raggiungere simili ma posti su piani diversi. Il suggerimento è di fare quindi prima un esame della situazione attuale e della necessità che spinge a compiere un percorso di questo genere, per poi prendere una direzione o l’altra per ottenere la finalità sperata, sia in ambito personale sia professionale. Lo scopo è far sbocciare la propria vita e sentire una maggiore assonanza con se stessi e con le opportunità che vengono offerte.